Chi ci è (social) e chi ci fa. La grande bugia della comunicazione a costo zero

By 6 febbraio 2017 Notizie No Comments

Riceviamo e (mal)volentieri pubblichiamo il seguente invito:

UFFICIO STAMPA 3.0: Tecniche di Digital PR e campagne a costo zero. Una giornata di approfondimento sui cambiamenti che la comunicazione ha subito con l’avvento dei social: sono un reale vantaggio? Come hanno cambiato il lavoro dell’ufficio stampa e delle PR? I social e gli strumenti sul web rendono possibile realizzare campagne di comunicazione a costo zero, efficaci tanto quanto le campagne tradizionali.

Premesso che proprio a costo zero non è, visto che il corso costa 399 euro più iva, viene da domandarsi: Campagne di comunicazione a costo zero per chi?

Se sono a costo zero per noi agenzie, allora non vedo grandi differenze rispetto alle campagne di comunicazione (PR) tradizionali. Sì, perché ci sono le campagne di comunicazione ad alto budget dove puoi spendere un mucchio di denaro per fare cose, ma ci sono, e sono la maggioranza, anche quelle a costo zero, dove tocca farsi venire un’idea e farla fruttare. Ovviamente, però, il cliente l’idea e la sua declinazione in una campagna te la paga, che sia social o meno.

Se invece sono a costo zero per il cliente non siamo così convinti che ci interessi, visto che la mission di noi agenzie è fare delle cose utili e di valore per i clienti e farcele pagare. E le cose a costo zero raramente hanno valore. Ma forse vogliono dire che sono a costo zero perché – grazie ai social e ai tool digitali disponibili gratis online – il cliente le campagne può farsele da sè? Grazie tante, come le PR tradizionali e la mensa aziendale.

Detto questo, e stabilito che proporre una comunicazione a costo zero è non solo sciocco ma anche controproducente (ok, questi vogliono vendere il corso non campagne di comunicazione) siamo abbastanza stufi di vedere la comunicazione “moderna”, social, digital, 3.0 contrapposta a quella tradizionale (inefficace, costosa, vecchia).

C’è la Comunicazione. Punto. E la comunicazione si compone di varie discipline, una delle quali sono le PR. Le quali PR si distinguono da altre forme di comunicazione perché, essenzialmente, devono o dovrebbero parlare non a una massa indistinta ma a dei pubblici ben precisi, spesso agli opinion leader. E per farlo utilizzano svariati mezzi e strumenti: l’ufficio stampa, gli eventi, le campagne, le sponsorizzazioni, per citarne solo alcuni. A questi strumenti, negli ultimi anni si sono aggiunti i social, il digital, gli influencer, lo storytelling. Che comunque li si vogliano vedere, sempre di strumenti e mezzi si tratta. A volte ha senso usarli, a volte no. Se si usano sono “strumenti”. Punto. E a monte ci deve sempre stare una strategia, che bilanci il mix di comunicazione in funzione di budget, esigenze, ecc. ecc. E la strategia non la puoi scaricare gratis da Internet.

Ma, poi, quali sarebbero le straordinarie novità che il digital ci ha portato, quelle che, a sentire i paladini del “Nuovo Modo di Comunicare”, le avrebbero inventate loro?

Magari lo storytelling? OK, raccontare storie. Con qualche tecnicalità di contorno, tipo il Seo. Ma noi delle PR “tradizionali” cosa abbiamo fatto per tutta la vita? Non è stato forse nostro compito raccogliere una serie di dati e informazioni e trasformarli in qualcosa di interessante per le persone a cui le andavamo a raccontare (che a loro volta dovevano ritenerle interessanti per il loro pubblico – se queste persone erano i giornalisti). Le chiamavamo notizie, non storie, e per valutarne il possibile interesse consideravamo la “notiziabilità”.

O forse gli influencer? Vabbè, ci sono sempre stati. Solo si chiamavano testimonial od opinion leader a seconda dei casi. La differenza è che testimonial lo si diventava dopo avere fatto qualcosa di significativo, tipo vincere un’Olimpiade, camminare sulle acque, avere preso parte con profitto a qualche edizione di Zelig. Dopodiché erano gli altri che dicevano “Ecco, questo può essere un testimonial”. Per essere influencer, invece, è sufficiente affermare di esserlo e avere qualche centinaio di amici social. Tra parentesi, c’è qualcuno che davvero pensa che Panariello sia pagato mentre invece gli influencer influenzano solo perché amano quel brand? Ma di questa cosa parliamo un’altra volta. Stesso discorso per gli opinion leader. Titolo che si conquistava in virtù di una autorevolezza. Termine che, nel mondo social, ha purtroppo un significato lievemente diverso da quello tradizionale.

Ricominciamo a chiamare le cose con il loro nome, a guardare il mondo da una prospettiva corretta e poi parliamone. Che tanto di lavoro, qui fuori, ce n’è per tutti. Anche se forse sarebbe meglio che non ve ne fosse per chi fa credere ai clienti che la comunicazione social/digital costi zero. Per chi fa disinformazione per ignoranza o per (presunta) furbizia. Per chi fa credere a giovani social-addicted che possono avere un futuro nella comunicazione social…che, comunque, se è gratis, con cosa li pagheranno le agenzie che li assumono?

costozero

 

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